Il fenomeno del file sharing, ormai, è diffuso a livello mondiale e, nel bene e nel male, tutta quanta l’industria culturale ha dovuto prendere atto del fenomeno e provare a fronteggiarlo o ad adattarvisi. D’altronde, in quanti possono dire di non aver mai ascoltato un mp3 scaricato illegalmente, visto un film preso da internet o letto un ebook scambiato con un altro appassionato? Non in molti, in effetti. Eppure, quasi nessuno avrebbe potuto credere che la pirateria informatica potesse diventare una vera e propria religione.

Un culto dedito al file sharing e alla consapevole violazione del copyright non poteva nascere che in Svezia, dove il Pirate Party è un partito politico con tanto di rappresentanza in Parlamento. Lo ha fondato poco più di un anno fa uno studente di filosofia, tale Isak Gerson, con la creazione della Church of Kopimism (da "copy me", ovvero "copiami", traducibile in italiano, volendo, come Chiesa del Copimismo), che fa del file sharing illegale e della diffusione del sapere gli elementi principali del proprio credo. E tanto ha insistito, il giovane, da riuscire a convincere il governo svedese a riconoscerla come una qualsiasi altra religione ufficiale, con tanto di diritti e tutele collegati.

Già in pochi mesi Gerson era riuscito a raccogliere numerosi adepti. Inutile dire che, dopo questa consacrazione ufficiale, il Copimismo vivrà un vero e proprio boom di adesioni. Qualcuno sarà mosso da intenti sinceri, qualcun altro vorrà semplicemente giustificare il proprio status di “scaricone”. Ma una cosa è certa: questo provvedimento farà discutere e non potrà che smuovere l’eterna discussione sul file sharing (che, ricordiamo, va differenziato dalla pirateria vera e propria, poiché non consiste nella vendita di film, dischi o libri di cui non si possiedono i diritti, ma nella loro semplice condivisione con altri utenti, senza scopo di lucro).