Silenzio, il capo ti ascolta. O almeno ti ascoltava perché nell'era delle app e dell'internet mobile ci sono tanti modi per poter parlare male del tuo boss e sinceramente della tua azienda senza incorrere in castighi o rischiare il licenziamento. Uno di questi è stato appena lanciato. Si chiama Memo ed è un'app, per ora disponibile solo per iOs, il sistema operativo mobile di Apple. Il suo obiettivo è offrire un spazio libero e, soprattutto, anonimo agli impiegati di tutto il mondo per discutere del loro ambiente di lavoro: dirigenti, colleghi, situazione dell'azienda, pettegolezzi ma anche proposte costruttive. Collectively, la start-up che ha realizzato l'applicazione, afferma che in pochi giorni è già stata scaricata da 10 mila persone finendo nel mirino di alcune imprese che non gradirebbero tanta libertà di parola messa a disposizione di dipendenti non identificati. Sempre secondo Collectively, infatti, almeno due società avrebbero inviato lettere di diffida mentre una terza si sarebbe sfogata con varie email di lamentela. Infine, aggiungono i papà di Memo, multinazionali del calibro di Visa, Boeing, e HP avrebbero invitato i propri dipendenti a non usare l'app. Interpellati dal Wall Street Journal, i tre colossi hanno però negato il fatto.



Privacy innanzitutto - Memo non è la prima applicazione che punta sull'anonimato come caratteristica distintiva. Sul mercato esistono già servizi di comunicazione del genere, come Secret o Whisper. Quel che distingue l'ultima arrivata è la focalizzazione sul lavoro. Per poter postare i propri messaggi, infatti, è necessario autenticarsi dimostrando la propria affiliazione ad un'impresa attraverso un profilo Linkedin o un'email aziendale. A quel punto tutti i dati personali sono cancellati e l'iscritto è autorizzato a partecipare alla discussione. Gli utilizzatori possono decidere se pubblicare messaggi in grado di essere letti da tutti o solo all'interno di gruppi dedicati a una determinata impresa. Per salvaguardare ulteriormente la privacy, Memo afferma di eliminare dai suoi server anche informazioni come gli indirizzi Ip o i codici di identificazione dei dispositivi utilizzati per il collegamento. Inoltre, come ulteriore garanzia, suggerisce agli utenti di non collegarsi utilizzando le reti Wi-Fi della società per cui lavorano.



Parole in libertà – Ma cosa si racconta su Memo? Un'occhiata ai messaggi pubblici rivela che le lamentele la fanno da padrone. “Il morale è basso, tutti cercano un altro lavoro. Le persone brave sono state licenziate. Non c'è modo di avere un incoraggiamento o un aumento”, scrive un dipendente di Comverse, un'azienda di telecomunicazioni Usa. “Equilibrio tra vita e lavoro? Che cos'è?”, chiede un altro riferendosi alle politiche del personale di Verizon Wireless, operatore di telefonia americano. Mentre un lavoratore di IBM afferma che a Big Blue il clima non è più quello di una volta e offre un suggerimento a chi sia in cerca di assunzione: “Mi rattrista vedere tutte queste persone che amano l'azienda per cui lavorano”, scrive. “Un tempo lo potevo dire pure io. Ero orgoglioso di lavorare per IBM. Oggi il mio consiglio è: state alla larga”. Ma c'è spazio anche per considerazioni meno amare come quelle di un utente che sta a Linkedin e ha qualcosa da ridire sul cibo, almeno quello servito a mezzogiorno: “Il pranzo è peggiorato ultimamente: troppo grasso e troppo sale. Le colazioni, però....”.
Infine, non ci sono solo messaggi negativi; scorrendo la lista dei post si possono trovare anche persone che sostengono di apprezzare il loro impiego e di essere soddisfatte dell'impresa in cui sono assunti. “E' bello vedere parlare bene del posto dove lavorano. A me pace il mio lavoro”, dice uno di Deloitte. “La miglior azienda per cui abbia lavorato”, è il commento di un dipendente della software house Pivoltal.