31 gennaio 2012

The Black Keys, il lungo Camino verso il successo

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The Black Keys

Giunta al settimo album, intitolato El Camino, la rock band di Akron, Ohio, sta vivendo un momento di grazia, osannata da pubblico e critica. Ne abbiamo parlato con loro prima di una data sold out all’Alcatraz di Milano. LEGGI L’INTERVISTA

di Marco Agustoni

Sono partiti registrando album nei loro scantinati. Ora, con il loro ultimo disco El Camino, uscito a dicembre, sono diventati la rock sensation del momento. Il loro è stato un successo costruito disco dopo disco, macinando miglia e sudando sui palchi prima degli Stati Uniti e poi del mondo intero. Questo, The Black Keys non se lo sono dimenticato, per cui quando parliamo con il batterista Patrick Carney (metà ritmica della band fondata assieme al chitarrista e cantante Dan Auerbach) prima della loro data sold out all’alcatraz di Milano, l’attitudine sembra ancora quella di una indie band che è ben lungi dall’essere arrivata.

Vi aspettavate tutta questa attenzione, dopo l’uscita di El camino?
È surreale. In effetti ci capita ogni giorno qualcosa di nuovo che non avevamo mai vissuto prima. È eccitante, ma bizzarro allo stesso tempo, perché quando abbiamo iniziato non pensavamo certo che alla gente fregasse della nostra musica.



Visti gli anni di gavetta, però, non si tratta di un successo immeritato…
Il primo album lo abbiamo registrato dieci anni fa e andavamo in giro a suonare in un furgoncino, perché era l’unico modo per guadagnarci da vivere. Col tempo, l’audience ha cominciato a crescere. Per dire, al nostro primo concerto a Denver c’erano quaranta persone, mentre nel 2010 ce ne erano quattromila. Poi, dall’anno scorso è tutto triplicato. Un altro esempio: nel 2004 al Coachella Festival abbiamo suonato in una tenda, invece quest’anno siamo tra gli headliner.

Pensando a casi come il vostro, oppure ancora ai White Stripes e The Kills, due sembra essere un buon numero nel rock: è più facile trovare un equilibrio, se non si è in troppi?

In realtà io e Dan non siamo nemmeno una band di due persone, ma siamo l’uno il migliore amico dell’altro. Per cui dobbiamo andare d’accordo per forza di cose. In effetti è probabile che se ci fosse qualcun altro coinvolto, la cosa non funzionerebbe.



Per quest’ultimo album, però, il vostro produttore Danger Mouse ha avuto un ruolo attivo anche nella scrittura dei brani…
Lo abbiamo come produttore da ormai cinque anni, per cui quando ce lo ha proposto, per noi è stato naturale lavorare con lui anche come autore. Ci fidiamo del suo gusto. Ma penso che se ce lo avesse chiesto qualcun altro, non avremmo accettato.

A proposito del tuo rapporto con Dan: andate d’accordo, in quanto a gusti musicali?
Io sono quello più indie rock, mentre Dan è il blues guy. Ma ci sono delle aree in cui i nostri gusti si sovrappongono.

E per il futuro prevedete nuove incursioni in territori musicali differenti, come nel progetto Blackroc (nda: in cui Dan e Patrick incisero un disco accompagnati da una serie di famosi rapper come Mos Def ed RZA)?
Quella è stata un'esperienza molto faticosa, perché abbiamo lavorato con due mc per ogni traccia: vuol dire che abbiamo dovuto gestire qualcosa come ventiquattro manager... un vero incubo! Quindi per il futuro io e Dan assieme ci concentreremo solo sui Black Keys.

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