08 giugno 2012

Springsteen, notti infinite di rock'n'roll

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Bruce Springsteen a San Siro

Il Boss illumina San Siro nel primo dei suoi tre concerti milanesi. Quasi quattro ore di musica ed emozioni, momenti sociali e poesia. Si replica il 10 giugno 2012 a Firenze e l'11 a Trieste

di Fabrizio Basso

Chi glielo dice a chi è giovane adesso di come a 62 anni suonati si possa esordire con un “one two three four” e poi andare avanti per quasi quattro ore dispensando palpiti di rock’n’roll? Bruce Springsteen ha risposto con la sua E Street band a chi blatera che la sua è una generazione che ha dato tanto ma ora è bollita. Non un cenno di affanno, non una corda di chitarra a incagliarsi tra le dita. Il cantore della crisi americana, l’uomo di Wrecking Ball, ha graffiato anche quella italiana. Le palle di cemento che sgretolano l’american dream sono le medesime che frantumano il nostro presente e il nostro futuro. Sarà difficile, per i 60mila che c'erano, scordare la notte del 7 giugno 2012 a San Siro.

Con quel suo sorriso da guitto un po’ guascone che ha quando entra sul palco imbracciando la chitarra come fosse un winchester fa innamorare tutti. Biascica un po’ di italiano:”Siete tanti! Siete pronti?” e all'istante una scarica di elettricità fa saltare San Siro con We take care of our own. Subito dopo arriva Wrecking Ball che porta con sè quel mostro che è stata la crisi finanziaria del 2008 che tante famiglie ha distrutto. Lui vuole rispetto e giustizia per tutti, lui sta con gli indignati, con quelli che occupano Wall Street.

Prosegue per sottrazione matematica, ormai bastano sol un “one two” per introdurre “Badlands”: che è una meraviglia nella luce del tramonto che si spegne. Con consumata ruffianeria mentre la band produce le ultime note lui si avvicina al fronte del pubblico e fa accarezzare la sua chitarra. Gesto che in Italia non fanno neanche gli esordienti, più preoccupato di un freddo distacco che di un magico contatto.

Ma non è solo politica e sociale. The Boss è anche sentimento e commozione. Quest’ultima è la voce che inciampa quando "chiama" il suo storico sassofonista Clarence Clemmons, morto nel 2011, e che evoca durante “My city of ruins”. Sul palco, a lenire la melanconia, c'è il nipote Jake, anche lui ai fiati, che si produce in un a solo sincopato e dolce. The Boss dice: “Questa è una canzone di saluti e arrivederci, per le persone che ci lasciano ma rimangono per sempre. Stasera qui manca qualcuno ma io posso sentirlo nelle vostre voci”.

A San Siro ha vinto il rock e hanno perso scettici, malpensanti e invidiosi. Tutti a pontificare che Bruce è vecchio e bolso, che non ce la fa più, ma poi quelli che con lui sono cresciuti cantando “Born to run” e “The river” ci sono tutti. Sono lì ad applaudirlo e a ricordare gli anni che si sono consumati. Bruce sul palco non si risparmia: suona come nessuno fa più a quell’età. E in tante occasioni neanche prima. Si replica il 10 a Firenze e l’11 a Trieste: e ora chi glielo spiega a chi è giovane adesso che ogni volta la favola ricomincia con “C’era una volta il west”?

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