28 giugno 2012

Amir, hip hop a Grandezza naturale

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ami

Amir

Dopo la soddisfazione della candidatura ai David di Donatello con la colonna sonora di Scialla , l’mc di origini egiziane esce con un nuovo disco prodotto dalla sua stessa label in cui parla di origini, responsabilità e famiglia. Ecco la nostra intervista.

di Marco Agustoni

Amir è ormai sulla scena da anni e si è imposto come uno dei personaggi più credibili all’interno dell’hip hop italiano. C’è andato vicino, ma non è mai riuscito ad arrivare in testa alle classifiche come altri suoi colleghi. Eppure non ha mai smesso di portare avanti un suo discorso personale e coerente. Ora, dopo la soddisfazione personale di essere stato convocato al Quirinale per i David di Donatello grazie alla colonna sonora del film Scialla, è in uscita con il nuovo disco Grandezza naturale, prodotto da Red Carpet Music, etichetta da lui stesso fondata con la quale spera di riuscire a produrre a sua volta nuovi talenti del rap. Ne abbiamo parlato con lui.

Grandezza naturale esce per Red Carpet Music, la tua etichetta…
Ad oggi con la forza promozionale dei social network e internet non c’è più bisogno delle grandi multinazionali. Prima erano le major che ti facevano diventare famoso, ma ora succede il contrario: un rapper riesce già a farsi conoscere grazie a Youtube e poi arrivano le grandi etichette, quando il lavoro lo hai già fatto. Quindi il loro supporto rimane relegato al lavoro di distribuzione e promozione tradizionale, ma non sono più fondamentali. Oggi un’etichetta indipendente con un buon team può fare lo stesso lavoro di una multinazionale.

Vuoi fare anche da talent scout con la tua label?
Assolutamente, è quello che sto già facendo, ma non ho inventato niente: nel nostro genere musicale è quello che si fa in tutto il mondo. Il prossimo rapper che stiamo per lanciare con Red Carpet music è un mc giovanissimo di Roma, Sace, che ha solo 16 anni. E poi sto lavorando con artisti già conosciuti come Montenero. Le major che fino a pochi anni fa snobbavano il nostro genere musciale per concentrarsi solo sugli artisti dei talent stanno provando a uscire con rapper simili a Fabri Fibra o Club Dogo, ma non hanno capito che questi sono artisti che per anni hanno fatto tutto da soli. Quindi diciamo che stanno sparando a caso nel mucchio. Noi cerchiamo solo di mantenere in casa quel che si è seminato negli anni.

Ti va di provare a definire il tuo disco in tre sole parole?
Maturo, personale e riflessivo.



In La mia pelle parli delle tue origini: stai seguendo la situazione egiziana [http://tg24.sky.it/tag/tg24/egitto_1.html] o la senti lontana?
Sarò sincero, non mi riguarda più di tanto, ma per questioni personali: quando sei figlio di genitori immigrati non sempre rimani legato alla tua cultura di origine, perché ognuno di noi è frutto di quel che gli succede nella vita. Mi sarebbe piaciuto conoscere di più la cultura egiziana, ma quand’ero piccolo mio padre è stato in carcere per anni e non ne ho avuto la possibilità. Quindi per me questo legame rimane qualcosa di simbolico, di ideale, ma non sono un esperto in materia, anche se mi dispiace molto.

In Potere delle note rifletti sulla responsabilità che ha un rapper a proposito di ciò che dice…
Oggi nella scena hip hop italiana sta avvenendo qualcosa di singolare, perché da nessun’altra parte del mondo il rap è esploso come fenomeno per lo più adolescenziale. Quando ho cominciato il rap era legato alle posse, ai centri sociali e dall’altra parte c’erano fenomeni commerciali come Articolo 31 e Sottotono, non c’era una via di mezzo. Oggi i rapper che sono in classifica hanno un pubblico per lo più tra i 12 e i 16 anni. Io ho 33 anni e un figlio di 12: quando scrivi devi tenere conto che hai un bacino d’utenza di una certa età. Non voglio fare il moralista, ma mi lasciano perplesso i rapper che parlano di violenza o di droga con leggerezza. Avendo vissuto certe cose sulla mia pelle, quando mi sono messo a scrivere canzoni ho sempre cercato di mettere in guardia le persone. Molti parlano del crack o della cocaina come se fossero cose normali, ma nel 90% di casi parlano di storie inventate che non hanno vissuto davvero, perché altrimenti non ne andrebbero fieri. Interpretano un personaggio, ma così facendo creano anche dei danni perché magari un ragazzino li prende come un modello di vita.

Non pensi che questo si colleghi anche al fatto che in Italia sta andando bene la musica rap e non tanto la cultura hip hop in sé?
Cerco sempre di dirlo, quel che sta succedendo in Italia è che molti si stanno appassionando al rap, ma il rap fa parte di un mondo molto più grande che si chiama hip hop, che è nato negli anni ’70 e che ha tantissime sfaccettature. Io cerco di dire che non ci si deve fermare ai rapper, ma è necessario scoprire tutto quel che c’è intorno. Negli anni ’90 facevi parte di un movimento, di un gruppo. Oggi ti trovi la musica a disposizione su internet e ti crei il tuo piccolo mondo nella tua cameretta, ma ti manca qualcosa.



Siamo un team, Dichiarazione d’amore: nell’album c’è molto la famiglia.
Con questo album ho voluto fotografare un mio momento di crescita. Molti come detto interpretano dei personaggi per piacere agli adolescenti, io invece volevo rappresentare un ragazzo di 33 anni che si ritrova ad affrontare il futuro. Io una famiglia me la sono dovuta costruire, senza un esempio, perché ho avuto un papà lontano e una madre che doveva lavorare per portare avanti la baracca. Ho avuto un figlio a 21 anni ma non sto assieme alla madre. Ho una nuova compagna e anche sua madre si è risposata, ma passiamo tutti del tempo assieme come se fossimo una vera famiglia allargata. La musica non mi dà sicurezze economiche, ma nella gente che mi sta attorno ho trovato i miei punti fissi.


Con Scialla e la candidatura ai David di Donatello hai avuto una bella soddisfazione…
Per me è stato un grandissimo stimolo: in questi giorni sto mettendo in piedi uno studio, una vera e propria factory con grafici, montatori video e così dicendo, con cui vorremmo dare spazio a giovani artisti.  E tutto questo perché sono uscito dall’esperienza di Scialla. In un momento difficile mi sono ritrovato a confrontarmi con questa nuova esperienza, completamente diversa da tutto quel che avevo fatto, e da lì ho deciso di fondare la mia etichetta. Ha combaciato tutto quanto in un momento in cui ero tentato di lasciare la musica, è stato come un premio per tutto quel che avevo fatto. Ora vorrei stare un po’ più dietro le quinte, diventare sempre più un produttore e meno un musicista.

E se potessi riscrivere la colonna sonora di un film, quale sceglieresti?
Senza dubbio L’odio di Matthieu Kassowitz!

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