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29 gennaio 2013

Fabri Fibra (tanta) guerra e (poca) pace

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Fabri Fibra

Il rapper di Senigallia esce con un album che critica la società dell'apparire, l'utilitarismo, Sanremo e la burocrazia...insomma riporta il rap alle sue radici: una protesta civile e fantasiosa. Sky.it lo ha intervistato

di Fabrizio Basso

Dopo Tolstòj, Fabri Fibra. Perché non tutti posso permettersi di giocare con Guerra e Pace. Il rapper di Senigallia titola così il suo nuovo disco e scorrendo i testi si capisce che la pace c'è, ma bisogna cercarla tra le righe di un malessere sociale diffuso. Sono tanti i punti che inquietano, per non dire innervosiscono Fabrizio Tarducci e lui ha l'abilità di tenerli tutti separati, riesce a dribblare la retorica delle proteste minestrone, dove tutto si getta nel calderone e poi si mescola.

Cominciamo con una curiosità: chi è il Nikola Tesla che cita?
Uno studioso di elettromagnetismo vissuto tra Otto e Novecento. Ero ad Amsterdam e ho adocchiato la sua foto in bianco e nero su un libro.
Che messaggio gli ha affidato?
La passione che fa bruciare una vita ma i cui frutti non vengono colti in questa vita.
Una sorta di "ai posteri l'ardua sentenza"?
Pure a Van Gogh è andata così. E nessuno dei due si sarebbe atteso una posterità così illustre.
In Bisogna scrivere parla di integrazione razziale.
In Italia sono multietniche solo Milano e Roma, per il resto non ci si prova neanche a mescolarci.
Il rap che può fare?
E' una musica nata negli Stati Uniti, il paese multietnico per antonomasia. Il rap nasce dalla comunità afroamericana e arriva in Italia dove integrazione non c’è. Siamo un paese chiuso.
In Voce si dice in cerca di "un Dio come ogni scrittore".
E' una riflessione creativa più che religiosa. Se non avessi avuto questo talento naturale che farei?
Più impegno contro la burocrazia?
Ce ne metto. Si riferisce al seminterrato che ho acquistato per farne uno studio di registrazione ma non mi danno i permessi?
Esatto.
In 11 mesi non sono riuscito a trasformare il locale in studio di registrazione. Lo ho messo in musica ma è una triste realtà. Ho 35 anni, un po' di fama e un po’ di soldi ma sono bloccato.
Pensi le persone comuni.
Infatti mi domando come fa un trentenne a uscire di casa e guadagnarsi l’indipendenza quando per aprire un bar devi praticamente pagare due anni di tasse in anticipo.
Invece cosa la indispone dei media?
Voglio essere chiamato per le mie canzoni e non per il personaggio. Maria De Filippi mi vorrebbe in tivù a giudicare i suoi artisti ma quelli li giudico già nelle mie canzoni. Lo stesso vale per il Festival: porto avanti il mio discorso, voglio parlare dei miei testi, la gente invece vuole il rap perché va di moda. A me danneggia non andare al Festival, ma che senso ha esserci quando le prime tre file sono tutti anziani che si domandano chi sono?
Tempi grami per i giovani, eh?
Stanno in casa e sono tutti frustrati.
Esiste ancora un rap sociale?
Certo. Solo che i giovani appena spengono lo stereo vengono soffocati da politica, genitori, insegnanti: vivi da schiavo una musica che è liberazione.
Si arrende?
Mai. La mia musica è il mio manifesto.

Il video di Pronti, partenza, via!


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