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19 febbraio 2013

Mondo Marcio, Troppo lontano per l'hip hop italiano

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Mondo Marcio

Il rapper milanese è uscito da poco con il nuovo album "Cose dell'altro mondo" e per il suo ultimo video è arrivato fino agli Stati Uniti. Tra autoproduzione e nuovi progetti, Spotify e crisi discografica, ne abbiamo parlato con lui.

di Marco Agustoni

A soli 26 anni Gian Marco Marcello, meglio noto come Mondo Marcio, festeggia i suoi dieci anni di attività da rapper, ricordandoci una volta di più di quanto sia stato precoce nel bruciare le tappe a partire dal suo demo Difesa personale, passando per il successo folgorante di Solo un uomo, per poi arrivare al suo più recente album, il quinto ufficiale, Cose dell’altro mondo. Uscito solo pochi mesi fa e pubblicato dalla sua etichetta personale Mondo Records, segna uno dei ritorni più attesi nell'hip hop italiano. Ne abbiamo parlato con lui.

Cose dell'altro mondo è uscito da poco tempo, ma abbastanza per cominciare a tracciare un bilancio...
A differenza di altri miei dischi, sono stato da subito convinto dalle canzoni registrate. Sia perché ci ho messo più tempo e ricerca delle altre volte, sia perché sentivo che c'era la giusta alchimia di pezzi per creare un disco completo. È completo da tanti punti di vista. Solo un uomo era incentrato sulla rabbia adolescenziale e questa è stata la sua forza ma anche il suo limite. In Cose dell'altro mondo invece tratto la realtà quotidiana su più livelli.

È da un po' che pubblichi con la tua Mondo Records: sono più le soddisfazioni o le preoccupazioni, nell'avere una propria etichetta?
Diciamo che adesso stanno arrivando le soddisfazioni, quando l'ho aperta erano di più gli sbattimenti. Il punto non è solo creare una struttura, ma trovare le persone giuste. Tutte le aziende, anche le più grandi come la Apple, sono fatte di persone prima che di soldi. Adesso ho un assetto molto forte alle mie spalle e posso permettermi di osare di più.

Visto che te ne occupi sotto tutti i punti di vista, ci spieghi oggi come si guadagna da vivere chi fa musica?
Un luogo comune che però ha del vero è che la musica sta diventando un mezzo, più che il prodotto finito. Quello che sta intorno al disco - le date, gli sponsor e così via - rappresenta il vero pane di un artista. A mio avviso è importante ricordare che la musica, oltre che un mezzo, è anche il punto di origine di tutto. E la qualità della musica deve rimanere la priorità.

Spotify è, in Italia, la novità del momento per il mercato discografico: la trovi una strada percorribile?
Qualsiasi mezzo ti permetta di ascoltare la musica il più comodamente e velocemente possibile, dando anche qualcosa agli artisti come succede con Spotify, è una grande trovata. Le belle canzoni ci sono state e ci saranno sempre: bisogna solo trovare il modo di farle arrivare alla gente in maniera onesta.

Cosa che invece non è avvenuta negli anni passati?
Tutti dicono che la crisi discografica è dovuta al fatto che la gente non compra la musica, ma la scarica illegalmente. È vero, ma non è tutto. Un motivo che le major non indicano mai è che negli anni '90 e nel 2000 uscivano dischi da dieci canzoni a venti euro. A un certo punto arriva la recessione e un padre cosa fa, spende quaranta euro per due cd o compra il pane per i suoi figli? Bisogna cercare di essere onesti con la gente... e vendere dischi a venti euro l'uno è disonesto quanto scaricare illegalmente.

Cominciando a fare rap a sedici anni non si rischia di arrivare a ventisei già stanchi?
Quest'anno sono dieci anni secchi dall'uscita del mio primo disco, in effetti. L'attitudine verso quello che ho fatto però non è cambiata. Sono contento di avere sbagliato molto nei primi anni, perché questo mi permette di non fare gli stessi errori.

Pensi che essere arrivati al successo mainstream molto presto ti abbia penalizzato?
Assolutamente, direi che all'epoca di Sono un uomo non ero ancora del tutto in grado di gestire una situazione del genere. Che ti dà tanto, ma ti toglie anche tanto. Dall'interno non è mai chiara la percezione che ha di te la gente, e con Solo un uomo era uscita solo una parte di quelli che erano i miei argomenti, quella del teenager arrabbiato di Dentro alla scatola, e tutto il resto non era passato come invece è successo in questo ultimo disco.

L'esposizione mediatica di cui sta godendo ora il rap in Italia porta solo vantaggi o ha anche controindicazioni?
Vale la stessa risposta di prima, solo che al posto mio c'è il rap: l'importante è che il mainstream recepisca tutto quanto lo spettro di quello che è il rap, e non solo i singoli in classifica.



Tornando al disco: per il video di Troppo lontano sei andato fin negli Stati Uniti...
C'erano alcuni motivi. Uno è il libro citato alla fine del video, Sulla strada di Kerouac, che ha una grande attinenza con il pezzo. Sono sempre stato attirato dalla Beat Generation. In quel periodo c'era un tipo di ricerca di se stessi che era nuovo per il momento: la canzone parla di questo, della ricerca di sé e dei propri sogni, aggiornata però al 2013. Più in concreto, invece, le location della California hanno dato un impatto visivo che fa subito venire in mente l'idea di andare a inseguire il proprio sogno.

Da questo punto di vista gli Stati Uniti rappresentano ancora una sorta di luogo ideale dove fuggire?
In un certo senso per gli italiani è ancora così. Io ho avuto un periodo, più da piccolo, in cui sarei voluto andare negli States. È un bel mondo, ma in realtà ha tanti difetti. In Italia siamo indietro per tante cose, ma abbiamo una dimensione umana che ci fa vivere meglio.

Agli MTV Hip Hop Awards Senza cuore è stato premiato come miglior video rap... per te i video sono importanti?
Sono un fan del racconto per immagini, quindi è una cosa che mi piace, tanto che il 90% degli storyboard dei miei video li ho realizzati io, anche se chiaramente poi per la parte tecnica mi affido al regista. Poi penso che nel 2013 il modo dei ragazzi di scoprire la musica vada molto per immagini, soprattutto attraverso Youtube...



A proposito di questo: molti rapper giovani puntano a pubblicare un video di Youtube prima ancora di aver calcato un palco. Pensi che sia un percorso sensato?
Internet è un'arma molto potente, ma va presa nel modo giusto. Come dicevo, prima di tutto vengono le canzoni. Temo che molti ragazzi vedano prima la destinazione, e poi il viaggio. Io sono convinto che sia l'opposto, ed è anche di questo che parla Troppo lontano. Non conta tanto il fatto di essere un rapper in sé, ma di avere della buona musica da mettere nel tuo disco.

Ti sentiresti a tuo agio in uno show tv tipo quello fatto dai Club Dogo su MTV?
Sono molto concentrato sulla produzione musicale, per cui se mi avvicinassi al mondo della tv vorrei che fosse per qualcosa che ha una forte attinenza con la musica e il mio messaggio. Se fosse qualcosa di questo tipo, sarei ben contento di cimentarmi.

Se potessi riscrivere la colonna sonora di un videogioco a tua scelta?
Probabilmente rimetterei mano a Need for Speed. O anche Assassin's Creed, di cui sono un fan sfegatato.

Un film?
Se potessi avere a che fare con Quei bravi ragazzi sarei la persona più felice del mondo, perché è il mio film preferito. E mi troverei bene anche su un film come L'odio, perché il messaggio è simile a quello della mia musica: l'idea di far scoprire un mondo che non vedi al tg o sui giornali.

Sei già al lavoro su altri progetti?
Durante il 2013 uscirà la mia linea di vestiti che si chiamerà Kilo Clothing. Poi ho già un libro pronto che si intitola La città fantasma, ne sono molto fiero perché si tratta di narrativa. È un noir, e non poteva essere altrimenti dato che è ambientato a Milano. Però stiamo aspettando un attimo a farlo uscire perché ora come ora c'è molta carne al fuoco...

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