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13 giugno 2017

Portugal. The Man e Denai Moore per un tuffo nella grande musica

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Denai Moore e Portugal. The Man, due album per un weekend di grande musica. La prima presenta We Used to Bloom mentre la band esce con un disco dal titolo coraggioso, Woodstock. Vi raccontiamo questi due artisti

“Penso di essere una versione migliore di me stessa ora che ho finito quest’album” dice Denai Moore. “Sarebbe stato molto più facile se avessi fatto un album più semplice. Ma per me non ha senso fare qualcosa senza provare a migliorarsi”. Denai Moore era ancora una a teenager quando la sua carriera musicale ha avuto inizio— un suo singolo, ‘Blame’, suonato da Radio 1, 2 e 6 , le ha permesso di esibirsi al Jools Holland. Poi tante collaborazioni da Plan B a SBTRKT, JMSN, Mr Mitch, Mura Masa, e Astronomyy. Il suo primo album album di debutto ‘Elsewhere’ era stato ben accolto in UK.

Denai oggi ha appena 23 anni, e gli ultimi due sono stati intensi e a volte dolorosi. Tutto questo è presente nel suo nuovo album ‘We Used to Bloom’, 10 canzoni che ci raccontano di una giovane donna che scopre il mondo e cerca il suo posto in esso. Dopo aver fatto il tour del primo album ‘Elsewhere’, la Moore aveva trovato difficoltà nelle scrittura delle nuove tracce. L’eccessiva perfezionismo ed in particolare la grande attenzione verso la performance vocale e la ricerca della scrittura perfetta le avevano creato una sorta di blocco.

Denai allora è tornata ad ascoltare un classico come l’unplugged di Lauryn Hill un disco che le aveva regalato suo papà quando era più piccola. L’importanza di quel disco era tutta nell’imperfezione “nel fatto che lei ha un crollo a metà esibizione la sua voce è roca, e dimentica perfino alcuni accordi. Per me quell disco è stato rivoluzionario”. Ha deciso quindi di passare del tempo a scrivere da sola a Brighton, per fronteggiare e risolvere alcune sue paure. Questo processo è visibile attraverso alcune canzoni come  nella grande cover di ‘Twilight’ di Elliott Smith o nella sua ‘Trickle’. Nella traccia di apertura  ‘Let It Happen’ Denai canta una “celebrazione di se stessa, un inno d‘amore verso se stessi”. E aggiunge: “Prima, ho trovato il mio valore sempre cercando di capire cosa gli altri pensassero di me. Ma quello che cerco di dire in questa canzone è che, a chiunque entri od esca dalla mia vita e mi giudicherà o meno, io non lascerò portare via nulla di me. E’ tutto basato sull’autostima e sul fatto che non ho bisogno dell’approvazione di nessuno. La cosa più importante è come ci si sente con se stessi”.

Questo si può facilmente riscontrare nelle influenze di tutto il suo ultimo album  ‘We Used to Bloom’ che non è ascrivibile ad un genere unico ma è ricco di influenze che vanno dall’R’n’B al folk e soul, da Bon Iver, Feist e Solange, a Sufjan Stevens ‘The Age of Adz’. Dalla “ricchezza” di ‘Lemonade’ di Beyonce, a  Kanye West “che non ha mai fatto lo stesso disco due volte”, a St Vincent “ che ha davvero re-inventato l’idea di lead guitarist”. Non è quindi facile incastrare la Moore in una particolare scena,  le sue amicizie musicali vanno da Laura Marling a Frank Ocean e Moses Sumney, e questa difficoltà a incasellarla in un genere è forse quasi fondamentale per la nuova comunità musicale britannica.

Uno de motivi di un suono così unico per ‘We Used to Bloom’ è anche il produttore Steph Marziano. Tra i suoni davvero inusuali si potranno ascoltare in una traccia un paio di gomme da masticare, in un‘altra traccia basa il beat principale del brano sul suono della Moore che fa rotolare una bacchetta sul pavimento. Ma c’è anche un’approccio  diverso nell’uso della chitarra che era sempre stata una “comfort zone” per Denai e che il produttore Steph Marziano ha dovuto approcciare in un modo tutto diverso. Il lavoro si è focalizzato di nuovo sull’utilizzo della voce di Denai “adesso suono più ‘presente’ nell’album, più ‘presente a me stessa’, sono io che sto crescendo tanto”. In ‘Poor Person’ Denai si domanda cosa significhi davvero il ‘benessere’ e come dovrebbe essere misurato materialmente e in ‘Do You Care’, una delle gemme dell’album, cerca di capire cosa stia succedendo nel mondo e quanto questo la tocchi da vicino. La traccia di chiusura scritta con  Kwabs si intitola ‘All The Way’ una traccia profonda, elevata piena di cori gospel e archi. Crescere è un tema ricorrente di quest’album.

I Portugal. The Man, band dell’Atlantic Records, pubblicano venerdì 16 giugno il loro nuovo e attesissimo album in studio dal titolo “Woodstock”. “WOODSTOCK” è stato anticipato dal brano “Feel It Still”, singolo di successo in tutte le radio italiane e non solo. Il brano ha anche un certo numero di versioni remix che vedono la partecipazione di Lido, Medasin, Zhu, Flatbush Zombies e Ofenbach.

Il video di “Feel it still” ha due versioni : la standard (http://bit.ly/2mYKUeQ), che al momento ha quasi 5 milioni di visualizzazioni, e una versione interattiva creata dalla band in collaborazione con l’agenzia Wieden + Kennedy. Presentato in anteprima su Noisey e diretto da Ian Schwartz , il video invita i fan a scovare numerosi contenuti nascosti, identificabili cliccando sugli elementi presenti nelle molte scene del filmato, pensati per aiutare il movimento #theresistance. Tra questi Easter Egg: una chiamata diretta alla Casa Bianca, un video che spiega i diritti legali dei contestatori, link per donazioni a favore delle associazioni Planned Parenthood e ACLU, poster e stencil per graffiti ispirati alla resistenza. Il video è stato realizzato grazie alla piattaforma interattiva Wirewax ed è possibile vederlo su http://feelitstill.com/. I Portugal. The Man celebreranno la pubblicazione di “WOODSTOCK” con un tour mondiale che li vedrà protagonisti anche dei più importanti festival. Per tutti i dettagli vai su www.portugaltheman.com/tour-dates.

“Woodstock”
arriva oltre tre anni dopo l’ultimo lavoro, un intervallo di tempo decisamente lungo per una band che dal 2006 in poi ci ha abituato a un album all’anno. I PTM hanno iniziato i lavori per questo disco nel 2013, componendo numerose canzoni e altrettante e distinte versioni ma senza mai trovare la giusta combinazione tra tutto quanto scritto. Poi John Gourley è partito per un viaggio a Wasilla (Alaska), sua città natale (e casa della più grande fan dei Portugal. The Man, Sarah Palin), e tutto è cambiato. Primo, John ha ricevuto preziosi consigli dalla famiglia. “Perché ci state mettendo così tanto per finire l’album?” ha chiesto il padre a John. “Non è ciò che fanno le band? Scrivere canzoni e poi pubblicarle?”. Come i migliori terapisti, il padre ha colpito nel segno e John ha iniziato a pensare come erano giunti a questo punto e perché non riuscissero a superare questo momento. Secondo, John ha trovato per caso il biglietto del padre per Woodstock. Sembra una cosa da poco ma, parlando con il padre del festival del ’69, qualcosa nella testa di John è cambiato. Ha realizzato che, come nella tradizione delle band di quel periodo, i Portugal. The Man avrebbero dovuto parlare del mondo intorno a loro. Alla luce di questi due importanti eventi, la band ha preso una decisione: abbandonare tutto il lavoro svolto negli ultimi tre anni e ripartire da zero.

Non è stato facile e le pressioni, anche da parte dell’etichetta, non sono mancate. La folle decisione ha però dato i suoi frutti. La band è tornata in studio con John Hill (In The Mountain In The Cloud), Danger Mouse (Evil Friends), Mike D (Everything Cool) e il collaboratore di lunga data Casey Bates e l’album ha preso immediatamente forma. “Woodstock” è un disco che, con cuore e ottimismo, sprona ad uscire dalla massa, ad alzare la testa e a fare la differenza.

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