04 dicembre 2017

Max Pezzali: "Ho sostituito la nostalgia con la meraviglia". L'INTERVISTA

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Max Pezzali pubblica Le canzoni alla Radio e si prepara ad andare in tour con Nek e Francesco Renga. Siamo entrati in punta di piedi nel suo mondo, dove sul trono c'è lo stupore. LEGGI L'INTERVISTA

(@BassoFabrizio)

Le canzoni alla radio
è il racconto di un album da studio e dei brani fondamentali del percorso musicale di Max Pezzali, quelli che le radio hanno trasmesso di più. Aspettando di vederlo in tour con Nek e Francesco Renga, lo abbiamo intervistato.

Max, molte sue canzoni sono pezzi di cuore della gente.
Il fatto di avere tante canzoni che sono un vissuto collettivo è la cosa più gratificante che possa
esistere: lo scopo di chi fa canzoni è riuscire a intercettare i gusti delle persone e tradurre le emozioni in modo che siano comprensibili dagli altri e quando ci riesci è un grandissimo risultato.
Una bella responsabilità.
Vero. Perché quelle canzoni sono così importanti che devi cercare di non deludere le aspettative delle persone che ti seguono o quanto meno cercare di essere sempre più onesto possibile. Credo sia lì la chiave del discorso: guardare al futuro tenendo presente il proprio passato e traendone in qualche modo insegnamento.
Ma c'è una regola?
No se non che devi essere sempre onesto con te stesso e con il pubblico. Credo non ci sia un altro modo per me di lavorare: non posso fare canzoni a comando.
Ci presenta Le canzoni alla radio?
E' un progetto che esce dai canoni della discografia. È un album in cui ci sono 7/8 inediti.
Sette o otto?
Uno non è un inedito ma era stato sottovalutato quando era uscito ed è stato completamente rifatto e lo ritengo molto attuale, quasi scritto ieri.
Torniamo al disco.
È una sorta di album di inediti in cui però c’è una combo che prevede anche una raccolta perché è il 25mo anniversario: se anche non l’avessi fatto qualcuno me l’avrebbe chiesto e quindi per ovviare al problema abbiamo allegato una raccolta a un album di inediti. Però nel frattempo è successa una cosa: per fare una canzone di questo album, Duri da battere, non ero convinto fino in fondo, e la soluzione è sembrata complessa e semplice allo stesso tempo.
Quale è stata?
A volte capita di collaborare con qualcuno e il risultato non è soddisfacente ma invece qui il problema di scrittura l’hanno risolto le voci di Nek e Francesco Renga.
La svolta?
Quando ho capito che quella canzone con tre voci dalle caratteristiche timbriche e dalla tonalità molto diverse avrebbe suonato molto bene. Quell’idea poteva essere tradotta anche sul palco ed era un’opportunità per tutti: tutti abbiamo una carriere molto lunga alle spalle, tutti siamo convinti che a un certo punto si debba fare qualcosa di nuovo. Puoi aggiungere qualcosa in scaletta, qualcosa cambia ma alla fine il repertorio resta quello: quindi perché non fare qualcosa di nuovo per noi, mettendo le tre voci al servizio dei repertori di tutti e tre.
E lì è partita la sfida.
Ci è sembrata una cosa divertente e praticabile che potrebbe dare una valore aggiunto: le versioni delle nostre canzoni saranno sicuramente qualcosa di diverso, che potrebbe dare qualcosa di più ai fan di uno e dell’altro. Poi tu sei abituato a cantare davanti al tuo pubblico, qui hai una sfida in più, quella di voler convincere i fan degli atri due: secondo me è una delle cose più stimolanti che potessero succedermi perché è un’opportunità pazzesca e il fatto di fare un tour così aiuta anche a confrontarci, a non essere in universi chiusi, a riposizionarsi.
Come è cambiato dal 1995 il rapporto di Max Pezzali con la radio?
Anch’io come tutti gli utenti della musica ho cambiato gli strumenti di fruizione: ho l’opera omnia dei miei artisti preferiti in cd e in vinile ma anche io utilizzo tantissimo strumenti come spotify e chiaramente è tutto molto diverso. Hai a disposizione tutto lo scibile umano, tutto quello che ti può
interessare è a portata di mano, hai un rapporto più attivo con quello che vai a sentire, è una
fruizione incredibile per quantità e opportunità ma a volte l’eccesso di offerta stanca. La radio era il mio principale veicolo musicale, la vetrina in cui comparivano le canzoni che poi andavo a comprare, uno showcase mobile.
E' stata anche formativa, dunque.
Io venivo da altre esperienze, con generi più nascosti e underground in cui era quasi impossibile trovare informazioni. La radio mi ha avvicinato al pop, mi ha fatto fare il salto e capire che c’era tutto un mondo. Oggi non è più così ma per me la radio mantiene ancora il fascino del “lo stanno mettendo loro”, non sono io che sto scegliendo ma c’è un’emittente che trasmette una cosa che insieme a me sentono magari un milione di persone, con l’emozione che ne deriva. È un discorso di accumulazione: tutti gli appassionati di musica sono compulsivi, con una quantità di informazioni non gestibili da un cervello solo, e poi devi fare una selezione. Ancora oggi mi piace che ci sia qualcuno che mi consiglia cosa ascoltare, che decide cosa mettere, c’è bisogno di qualcuno che dia il suo punto di vista, una selezione in qualche modo garantita.
Anche il ruolo di cantante è mutato.
In generale è difficile parlare di un ruolo del cantante perché oggi chi lavora nella musica deve
fare i conti con un mercato che cambia velocemente e deve diventare un comunicatore a 360
gradi, occupandosi anche di cose che prima vedevano l’intervento di altre figure, deve essere
in grado di gestire i propri media, deve tenere d’occhio quello che succede, essere multi piattaforma, deve essere più imprenditore di se stesso, cosa che quelli della mia generazione non sono tanto abituati a fare.
Il pubblico cosa si aspetta secobdo lei?
Una presenza costante dell’artista ma consuma questi contenuti rapidamente e altrettanto rapidamente cambia opinione e si disamore e quindi è una sorta di corsa tra artista e pubblico. I contenuti di livello sono difficili da confezionare: qualità e quantità non vanno sempre d’accordo, nella musica quando sei da solo rischi di bruciarti alla velocità della luce, adesso il pubblico è più vorace del passato, si stufa rapidamente.
Si viaggia a mille all'ora.
E'cambiato il modo di consumare ma il processo di produzione procede alla stessa velocità di prima perché chi scrive canzoni processa informazioni che processa in tempo reale, non può vivere quattro vite. La chiave che devono trovare i ragazzi che fanno musica oggi è cercare di mettere qualcosa che possa restare, che possa superare la coltre di attualità della canzone, perché la difficoltà è quella di superare la stretta attualità e sganciarsi dalla contingenza del momento. Se ci sono riferimenti troppo specifici in una canzone di oggi il rischio è che il pezzo sia datato dopo un anno.
Non sempre è così. Il suo Gli Anni lo conferma.
Lì ci sono riferimenti temporali precisi: quello che fa rimanere una canzone è la capacità di evocare delle emozioni a distanza di tempo, indipendentemente dagli oggetti che uso per raccontare, Se riesci in questa cosa qui probabilmente ce la fai: della musica di oggi qualcosa resterà, se c’è qualcosa che riesce a superare la barriera e restare attaccata alle persone nonostante l’incedere del tempo, al di là dei tempi che l’hanno generata.
Ha memoria di ogni sua canzone?
Di ognuna ricordo esattamente l’emozione che l’ha generata, ma soprattutto ricordo l’evoluzione di quella emozione lì. Non la canto più come quando è successa ma canto l’emozione che mi dà quella cosa, la memoria di quella cosa, non sento attrito.
Si cresce...
Questo è l’inizio di un terzo tempo perché ci sono delle fasi della vita: fase dell’entusiasmo incosciente dell’inizio, poi c’è la fase in cui sei consolidato e cerchi di migliorarti professionalmente e una terza fase in cui non senti più la trans agonistica del dover essere sempre sul pezzo ma puoi pensare di divertirti a fare quello che ti piace divertendo gli altri. Superata una certa età fai quello che ti piace e te la godi di più. Il brano Volume a 11 è quello stato d’animo lì: da una scala da uno a 10 è essere sempre lì, l’eterna lotta tra chitarristi e tutti gli altri, è una cosa psicologica di essere più in alto.
C'è una immagine iconica dei suoi 25 anni di carriera?
Quella che più mi viene in mente è salire sul palco nei concerti, il momento esatto in cui si comincia a cantare la prima canzone: ancora oggi è un tipo di botta emotiva che non riesco a gestire, quel tipo di vertigine lì è ancora una di quelle cose che rendono questo lavoro straordinario.
Come scorre la sua vita?
Onestamente mi sono abituato a sognare giorno per giorno, a non pormi grandissimi obiettivi a medio e lungo termine. Però musicalmente mi piacerebbe avere la possibilità di fare un album che è dichiaratamente triste e uno dichiaratamente allegro, in cui non sia necessario gestire un equilibrio di emozioni ma avere due progetti molto diversi.
I fan le hanno fatto una proposta.
Sì, un album di canzoni che ho scritto per altri. Però secondo me questa cosa non ha la forza di stare in piedi da sola ma potrebbe essere un’integrazione, il secondo cd di un album, per esempio un album di inediti.
In molti suoi brani c'è un'ombra melanconica.
Credo di essermi portato avanti con la malinconia e il rimpianto: scrivevo canzoni sul rimpianto a 25 anni, che visto col senno di poi chissà cosa rimpiangi. C'era già una malinconia del tempo, uno stato d’animo che è una caratteristica antropologica. La malinconia del tempo che non torna più non mi porta a essere pessimista o a pensare che il meglio sia già passato, è comunque qualcosa che si risolve in positivo, in energia per guardare ottimisticamente il futuro. Oggi mi sono già portato avanti con le possibili forme di rimpianto con cui avrei potuto avere a che fare nel tempo che ho già dato, quando cresci e ti rendi conto che non c’è una fase della vita che non ti stupisca, niente è come pensavi che fossie sostituisci il rimpianto con la sorpresa o la meraviglia, anche negativa. Ho sostituito la nostalgia con la meraviglia di quello che mi viene al momento.
Parliamo del tour con Nek e Renga?
Con loro non escludo niente a priori ma so che per il momento non abbiamo né materiale né possibilità e tempo per fare qualcosa insieme che vada al di là del tour, sarà già una bella fortuna arrivare al 20 gennaio pronti per il tour.
Come la vivete?
Per noi è un’esperienza professionale e di vita, quando sei in giro per qualche mese insieme, non escludo a priori che possa uscirne qualcosa. Ma sarà comunque una grande festa della musica.

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